Un (solo) anno di Sacchetti: i perché di un matrimonio durato così poco

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Negli ultimi giorni si è consumato il divorzio fra il coach campione d’Italia 2014-2015 Meo Sacchetti e la New Basket Brindisi. Nonostante le conferme della fiducia arrivate nella postseason, la situazione incerta del futuro della squadra unita ad una sensibile insoddisfazione sia di buona parte dei tifosi che del presidente Nando Marino hanno portato ad una chiusura anticipata di quello che doveva essere un nuovo ciclo della società di Contrada Masseriola.

Un amore forse mai sbocciato al 100%, che in un anno si è trovato a fronteggiare tante situazioni incerte e inaspettate, ed un crescente mugugnare del pubblico.

Come si può valutare questo suo unico campionato in Adriatico e spiegare questo addio così celere?

Facciamo un passo indietro, tornando all’annuncio del 9 Maggio dello scorso anno: l’arrivo di Sacchetti era stato accolto con sorpresa e rinnovato entusiasmo da quasi tutti i tifosi (in quel momento Meo era ancora campione d’Italia in carica), ed aveva fatto pensare ad un’annata al di sopra delle reali possibilità, abbandonando per un po’ l’idea del comunque attivo ridimensionamento che si era operato a seguito della già avvenuta decurtazione del budget. Il mercato costellato di scommesse ha iniziato poi a far capire che si doveva stare con i piedi per terra, e pensare un obiettivo per volta cominciando da quello minimo che era la salvezza.

Ciò che forse non è stato afferrato immediatamente invece, è stato il totale cambiamento dell’assetto tattico e soprattutto mentale della squadra. Dopo 5 anni passati con un timoniere rigoroso, maniacale e sanguigno come Piero Bucchi, si è scelta una guida tecnica con un carattere agli antipodi del coach bolognese: un carattere più rilassato, autoironico e incline alla battuta (sia con i tifosi che con i giornalisti), uno che raramente alza la voce a differenza di quanto ci aveva abituato Bucchi, uno che ha un’ideologia di basket completamente diversa dal predecessore.

Il pubblico brindisino era abituato a vedere squadre, in proporzione al loro costo, meno talentuose ma con una spiccatissima attitudine difensiva, squadre che erano certamente meno spettacolari in attacco ma più impostate sul pragmatismo, squadre dirette come delle macchine in cui ben poco era lasciato all’inventiva e all’estro dei singoli giocatori, ma che raramente davano l’impressione di non sbucciarsi le ginocchia.

L’allenatore di Altamura (dopo un mercato in stretto confronto con il gm Giuliani) ha costruito invece, a dispetto delle preoccupazioni iniziali, una squadra ricca di talento che ha trovato i suoi maggiori punti deboli nella gioventù, nella debolezza mentale e nella scarsa attitudine alla difesa e al sacrificio da parte di molti elementi del roster, attitudine che non è una componente dominante nemmeno nel suo gioco. Il risultato è stato in chiaroscuro: una coppa Italia conquistata per il rotto della cuffia (ma ben onorata); una salvezza conquistata con largo anticipo, mancando però l’obiettivo playoff che sembrava assolutamente alla portata; una squadra che ha alternato prestazioni esaltanti a passi falsi clamorosi, e che spesso anche nella stessa partita ha alternato inspiegabilmente momenti di massima esaltazione e spettacolo a blackout totali che sono costati punti pesantissimi contro squadre alla portata come Torino, Pesaro, Caserta e Varese, tutte arrivate alle spalle di Brindisi in classifica.

Probabilmente il pubblico brindisino non si aspettava di vedere un basket così diverso da quello a cui era abituato, o inconsapevolmente non ne era pronto; le suddette mancanze alla luce dei mancati risultati hanno portato a mettere in evidenza soprattutto i limiti del sistema Sacchettiano, e molto meno i pregi che sono finiti invece nel dimenticatoio. Perché non bisogna dimenticare che iniziare la stagione con 3 rookie (Moore, English e Carter) e farne esplodere 2 in maniera così importante da renderli pezzi pregiati dell’attuale mercato dopo un inizio difficile, non è una cosa che sarebbe riuscita a chiunque. La stessa squadra in altre mani avrebbe forse faticato a salvarsi, ma è pur vero che in altre mani sarebbe stata costruita una squadra completamente diversa, con altri punti di forza ed altri limiti.

E allora forse Meo Sacchetti si è rivelato non essere l’uomo più adatto a guidare una piazza ardente come Brindisi, una piazza che vuole poter toccare con mano il “fuoco” della sua squadra e potersi identificare in un coach che trasmetta anche all’esterno la foga di ogni tifoso.

Probabilmente un solo anno non è abbastanza per dare un giudizio definitivo all’operato di un coach, ma i fatti hanno portato a tale decisione che in sintesi ha accontentato parecchi e scontentato qualcuno.

Resta il ringraziamento comunque doveroso ad una grande persona come Meo, che ora cercherà maggiore fortuna in quel di Cremona, piazza appassionata ma molto diversa da Brindisi, dove la sua filosofia potrebbe trovare una casa a lui più congeniale.

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Simone Silvestro
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Brindisino, classe 1993. Da oltre 10 anni seguo con passione il percorso della New Basket Brindisi raccontando le vicende della stessa. Dal dicembre 2016 collaboro con la trasmissione radiofonica "Riccio Basket" in onda su Radio Ciccio Riccio nel ruolo di bordocampista. Prediligo il basket ma seguo con interesse anche tanti altri sport, nei quali mi affascinano tutte le storie che ne derivano.

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